Del dubbio e delle sue certezze

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“Dubito, ergo sum”. E’ il motto del tuo stemma araldico.

Il dubbio: il tuo sport preferito.

Il dubbio: la categoria di pensiero che frequenti più volentieri.

Il dubbio: la tua occupazione quotidiana. L’esercizio in cui ti immergi esaminando ogni cosa oggetto del tuo pensiero.

Delle tue poche certezze, oltre l’inesistenza dei: Sempre, Mai, Eterno, Infinito ed altre categorie assolute simili. Oltre all’ingiustizia del Capitalismo. Oltre alla certezza della Morte, per ricordare le altre che hai ci devi pensare e concentrarti e hai bisogno di tempo.

I tuoi dubbi son talmente tanti che, direbbe Mina, nemmeno tu li sai.

Il dubbio: ogni tanto devi sconfiggerlo. E per molte cose lo risolvi, lo sciogli, lo allontani.

Ma mai definitivamente!

Quando pensavi di averlo dipanato, lui torna e ti impone altre e più impegnative riflessioni sull’argomento oggetto del suo interesse.

Hai anche imparato ad apprezzarne una certa utilità pratica, e, a volte, lo utilizzi per i tuoi scopi.

Come quando vuoi convincere gli altri delle tue buone intenzioni: “Ne dubiti, forse?”.

O quando, suo malgrado, viene in soccorso alla tua viltà, di fronte a scelte impegnative o faticose o semplicemente doverose che vuoi evitare di fare o ritardare.

“Devo pensarci. Ho ancora molti dubbi.”.

Il dubbio è sempre in funzione nel tuo cervello e non c’è bisogno di attivarlo, parte automaticamente allorquando il cervello comincia a lavorare.

Il dubbio è collegato anche con il cuore. E lì mostra tutto il suo aspetto irrazionale di cui pure è provvisto.

Il dubbio è come Dio: c’è.

Ma mentre l’esistenza del dubbio è cosa certa, su quella di Dio si può anche dubitare.  A.G.

“Dolce è l’alba che illumina gli amanti” W. Shakespeare

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San Martino

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La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
urla e biancheggia il mare;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir dè tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira sù ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

Giosuè Carducci

ingredienti con brio: la patata questa sconosciuta

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Una storia recente ma intensa: dopo aver sollevato l’uomo dalle carestie è diventato oggi il “passatempo” dei fast-food.
“L’uomo è ciò che mangia” diceva in maniera provocatoria un famoso filosofo del secolo scorso. Forse potrebbe essere vero se l’uomo conoscesse veramente le origini e la storia di quello che mangia e degli alimenti che quotidianamente assume il suo organismo. Ad esempio pochi si sono chiesti o sanno da dove proviene la patata. Altrettanto pochi sono a conoscenza che, questo umile prodotto della terra, è stato protagonista di gesta memorabili. Originaria della Cordigliera della Ande cilena, in Europa fu diffusa parecchio tempo dopo i viaggi di Colombo, nella seconda metà del 1500.

Il farmacista, l’agronomo e l’avvocato

Inizialmente le patate furono date soltanto agli animali. Doveva passare molto tempo prima che fosse apprezzata come alimento per l’uomo. Fu un farmacista francese, Antonio Parmentier che fece opera di propaganda, faticando non poco per convincere la gente a mangiarne. Egli le aveva conosciute durante la sua prigionia in Germania nella Guerra dei Sette Anni. E soltanto con una serie di stratagemmi, rimasti celebri, riuscì a farle apprezzare. La sua trovata più clamorosa, da buon conoscitore di uomini quale egli era, fu quella di mettere a guardia del campo in cui coltivava le patate una scorta di soldati, con l’ordine preciso di distrarsi o addormentarsi, affinché la gente riuscisse facilmente a rubarne. E siccome tutto ciò che è proibito incuriosisce e fa gola, egli riuscì nel suo intento.
La fama del Parmentier, per la diffusione della patata, fu tale che, ancora oggi, i francesi lo ricordano nel nome della zuppa di patate che chiamano “parmentière”. Inoltre, bisogna dire che, la patata, per il suo alto contenuto di amido, salvò dalla carestia molte popolazioni che la usavano al posto del pane e della pasta. In Italia, la coltivazione iniziò a cavallo tra il ‘700 e l’800, chi dice per merito del friulano Antonio Zanon che nel 1783 (cinque anni prima del Parmentier), nel suo trattato “Dell’agricoltura, delle arti e del commercio”, raccomandava la coltivazione delle patate per prevenire le carestie; e chi sostiene per merito dell’avvocato piemontese Vincenzo Virginio: era un’epoca in cui ancora la nuova coltura stentava a prender piede nella nostra penisola. Ma se il Virginio fu colui che più si prese a cuore questo problema, tanto da essere chiamato, con un tantino di enfasi, il Parmentier italiano, egli non fu il solo e nemmeno il primo in Piemonte a scrivere e a spezzare una lancia a favore della solanacea nelle nostre campagne. Già nel 1774 infatti, il medico piemontese Antonio Campini nei suoi “Saggi di Agricoltura” apparsi a Torino ad opera della Stamperia Reale, ne parla diffusamente e con una certa competenza. Interessanti per noi sono le notizie che egli ci dà sulla situazione della pataticoltura in Piemonte a quell’epoca: “…non essendo comune questa coltura nel nostro Piemonte, anzi forse affatto sconosciuta ai nostri coltivatori, riservandone qualche poco che si coltiva nelle valli di Lanzo e di Pont e qualche pianta negli orti bitanici…” Egli riporta esperienze locali di consociazione col mais, di piantagione dopo la medica, di conservazione in sabbia con copertura di paglia, ecc. Raccomanda di raccogliere con tempo asciutto, accorgimento tuttora prezioso e di preferire terreni leggeri alluvionali; parla infine dell’utilizzazione dei tuberi sia per uso zootecnico che umano, lodandone le virtù e il sapore che ricorda quello dei funghi quando vengono arrostiti sulla brace. A tal proposito ricorda un’esperienza personale: “…avrei pur anche desiderato di mangiarne acconciate nella stessa maniera che ne mangiai anni or sono la prima volta, senza sapere cosa si fossero, e che né io, né altri saremmo stati paghi di mangiarne, se avessi potuto avere la stessa cuciniera che ci fece cotal burla…” Sta di fatto che solo nella seconda metà dell’800, entrò veramente a far parte dell’alimentazione umana.

Oggi, la considerazione per questa solanacea (lo dice il nome: Solanum Tuberosum), ha una rilevanza enorme nell’economia di molti paesi. Anche in Italia l’importanza della coltura della patata è al primo posto per estensione di superficie (140 mila ettari) e seconda per produzione fra le colture ortive e di maggior rilievo proprio nelle zone interne di montagna, specie centrali e meridionali.

Patate, dieta e gastronomia

Non tutti sanno che il colore verde che invade la patata non più giovane, dalla buccia verso l’interno è prodotto dalla “solanina”. La solanina, assunta in forti dosi, è per l’organismo un veleno. In piccole dosi, invece, disintossica. Tanto che, la moderna dietologia, contrariamente a quanto si pensava un tempo, raccomanda celebri diete a base di patate. Una di queste è quella di mangiare per tre giorni solo patate e bere acqua minerale. I risultati sono sorprendenti: in pochi giorni si ottiene una sensibile diminuzione di peso e una pelle luminosa e fresca. Molte attrici e fotomodelle adottano questa dieta prima di intraprendere i loro impegni artistici. In effetti, la patata è l’unico alimento che, mangiato da solo, è comunque buono anche se non è accompagnato da altri cibi o condimenti particolari. I gourmet della cucina giudicano la qualità gastronomica dei ristoranti dal modo in cui preparano questo prodotto. I tedeschi sicuramente ne sono gli intenditori per antonomasia e la utilizzano per tutta una serie di ricette: dalla patata bollita con crauti alla zuppa di patate con wurstel. Al raffinato purè fatto con burro, noce moscata e tuorlo d’uovo. Probabilmente, in Germania, la fuga degli ugonotti francesi verso il regno di Prussia fece conoscere il prelibato tubero alla popolazione. Oltre a pietanze e primi piatti più comuni, la patata ha avuto ruoli più raffinati ed è entrata a far parte delle mode e dei costumi del jet-set internazionale.

Un gelato da mezzanotte

Infatti, nei ruggenti anni ’60 era chic ed elegante gustare a mezzanotte sulle chiacchieratissime spiagge della Versilia e di Forte dei Marmi il gelato alla patata. Un delizioso cono o una coppetta fatta con vaniglia, zucchero, farina di patate e cioccolata era il segno distintivo di una raffinatezza e di un indiscusso prestigio. A Napoli, invece, è famoso il “gattò”, dolce tramandato di madre in figlia, raro da trovare nei negozi specializzati, ma fine e delicato con uova, zucchero, burro e…patate naturalmente! Che dire poi dei fantastici gnocchi (un impasto di patate e farina, nel rapporto di cinque a uno), piatto unico del Veneto dove sono conditi con burro e salvia; della Liguria col pesto; dell’Emilia col sugo di carne e parmigiano, di Roma con pomodoro, pancetta e pecorino? A Roma gli gnocchi di patate sono di casa, tant’è che, spesso, nelle trattorie del centro, accanto alle stampe di Pinelli, si trova il cartello: “giovedì gnocchi”, da non confondere con gli “gnocchi alla romana”: un impasto di semolino con latte e burro, tagliato in quadratini e cotti in teglia al forno con abbondante parmigiano. Un piatto, questo, tipico della popolare e genuina cucina romana. La tradizione vuole che risalga a Papa Borgia e che era riservato ai poveri. Ma torniamo ai nostri gnocchi di patate che nella Venezia Giulia si mangiano dolci perché fatti con farina di patate, arricchita di noci, prugne e albicocche secche, marmellata, cotti nell’acqua e abbondantemente zuccherati. E oggi? Non dimentichiamo che i ragazzi sono dei grossi consumatori di patate, patatine, crocchette, chips e chi più ne ha, più ne metta. Nella moda del fast-food, il cibo veloce e rapido, la patata ha la meglio su mostarde, ketchup e maionesi varie. I pubs di ogni tipo friggono, per la gioia dei loro clienti, montagne di patate tagliate a bastoncini. La patata, dunque, occupa il posto che si merita: nella gastronomia nazionale ed internazionale è apprezzata in tutte le salse. Ma non solo in questo campo, oggi è perfino entrata a far parte della nostra terminologia e del nostro linguaggio abituale. “Sei proprio una patata!” diciamo a qualcuno maldestro nel fare le cose. “Patatina mia!” dice l’innamorato alla sua bella, quando vuole fare il tenero. Si potrebbe aggiungere: “Sei buono come la patata!”, anche se il detto non esiste, a questo punto è giusto inventarlo e questo non è:”spirito di patate!”

Una torta di cioccolato

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Io sono un sognatore,
ma non sogno solo per me:
sogno una torta in cielo
per darne un poco anche a te.
Una torta di cioccolato                                      
grande come una città,
che arrivi dallo spazio
a piccola velocità.
Sembrerà dapprima una nuvola,
si fermerà su una piazza,
le daremo un’occhiatina
curiosa dalla terrazza…
Ma quando scenderà
come una dolce cometa
ce ne sarà per tutti
da fare festa completa.
Ognuno ne avrà una fetta
più una ciliegia candita,
e chi non dirà «buona! »,
certo dirà «squisita! »
Poi si verrà a sapere
(e la cosa sarà più comica)
che qualcuno s’era provato
a buttare una bomba atomica,
ma invece del solito fungo
l’esplosione ha provocato
( per ora nel mio sogno)
una torta di cioccolato. 

Gianni Rodari

alcune delle ninfee di Monet

Water lilies, Claude Monet. 1916, The National Museum of Western Art,Tokyo

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Con Le ninfee si intende un ciclo di circa 250 dipinti, compiuto dal pittore impressionista francese Claude Monet. Le opere descrivono artisticamente il giardino dell’autore, situato a Giverny, e occuparono sostanzialmente gli ultimi trent’anni della produzione dell’artista.

Anche quando tutto è grigio il colore può aiutare. Il turchese per guardare il mondo con occhi diversi e tornare ad avere fiducia. Lo scorrere dell’acqua in un moto perpetuo di immensa serenità